L’ultima frontiera delle opportunità di lavoro per giovani di belle speranze passa, oggi, per la trafila dello stage. Lo stage, regolato dal dm 142/1998, nasce con l’obiettivo di aprire le porte del mercato del lavoro a neolaureati, punto d’incontro ottimale tra azienda e risorse umane.
Attualmente, però, la scelta dello stage risente di una politica d’attuazione, forse, ben diversa dai propositi iniziali, assolutamente contraria, quindi, alla linee guida e alle direttive per cui nasce, per cui è stata ideata ed approvata.
Per evidenziare quale sia la situazione reale delle posizioni stage in Italia, la Repubblica degli Stagisti, spazio virtuale sul web per approfondire la tematica stage in Italia, in collaborazione con Isfol (Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori), ha realizzato un sondaggio, online dal 7 Maggio al 6 Agosto, rivolto a tutti i 300mila stagisti d’Italia (queste le cifre degli stageur attualmente in opera in Italia) per meglio comprendere tale realtà, per meglio percepire vizi e virtù di un contesto lavorativo in continuo divenire.
La scelta dello stage dovrebbe, almeno in teoria, aumentare le possibilità di impiego per i giovani, in quanto approccio necessario per una possibile collaborazione con l’azienda in oggetto. In realtà, però, i dati disattendono le premesse o le “promesse” d’impiego. A dare l’allarme le ricerche effettuate dal Consorzio Interuniversitario Almalaurea, che evidenziano, di fatto, un aumento esponenziale delle richieste di stage attuate presso i Centri d’Impiego (passate da circa 15.000 a più di 50.000) e, di contrasto, una diminuzione nelle percentuali di impiego effettivo realizzate al termine del periodo di stage.
Solo una persona su 5, seguendo i dati, ottiene richiesta di impiego successiva al tirocinio, i restanti quattro ritornano alla non-occupazione, speranzosi in una chiamata di lavoro o in una nuova offerta di stage. Precisiamo che, secondo la norma che lo regolamenta, lo stage non può essere considerato contratto di lavoro e quindi non è soggetto ad obbligo di retribuzione né a minimi stipendiali; prevista la possibilità di un bonus “rimborso spese”, ma solo a buon cuore del responsabile aziendale.
Allo stagista non vengono versati contributi previdenziali, ma solo quelli assicurativi; lo stageur, inoltre, non ha diritto a ferie, né permessi e il periodo di stage (rinnovabile non oltre i 12 mesi) può essere interrotto in qualsiasi momento per motivazioni di condotta inadempiente da parte del tirocinante.
Cosa spingerebbe, quindi, un giovane laureato ad impegnarsi mente e cuore in questa scelta? Semplicemente una possibilità, remota o non, di un premio d’impiego al termine di un cammino, per i più, doloroso e ingrato. E per le aziende? Cavalcando tale opportunità, ribadiamo, approvata e giustificata normativamente, le imprese hanno, dalla loro, la possibilità illimitata di ottenere manodopera funzionale a basso prezzo, in una bilancia costi-benefici che, nella parzialità della situazione, non trova spazio per richieste, nè per pretese. Il sondaggio, in forma del tutto anonima, avrà, quindi, lo scopo di approfondire la realtà-stage, per comprenderne esperienze e qualità, per diffondere la consapevolezza di una best practice e denunciare episodi o contesti di vizio e abusi.